Perché non è una grande idea vendere casa prima della firma della separazione: tutto quello che c’è da sapere.
La gestione della casa coniugale è uno dei nodi più delicati quando una coppia decide di separarsi.
Tra tensioni personali e necessità pratiche, la tentazione di vendere l’immobile prima dell’avvio formale della procedura può sembrare una scorciatoia per evitare complicazioni future.
Perché non è una grande idea vendere casa prima della separazione
In realtà, è un passo che può trasformarsi in un rischio serio, soprattutto se compiuto senza trasparenza o senza il consenso dell’altro coniuge. La legge, infatti, consente la vendita anche prima della separazione, ma solo a condizione che l’operazione non sia finalizzata a ledere i diritti dell’altro. Se uno dei due ritiene di essere stato danneggiato, può impugnare l’alienazione e chiedere il risarcimento o addirittura l’assegnazione dell’immobile. La vendita è pienamente legittima solo quando è concordata o quando non ci sono figli da tutelare, ma anche in questo caso il ricavato deve essere gestito in modo condiviso per evitare squilibri patrimoniali.
Il tema diventa ancora più complesso quando entrano in gioco i figli. In presenza di minori o di figli non autosufficienti, il diritto di proprietà passa in secondo piano rispetto alla tutela della prole. Il giudice assegna quasi sempre la casa al genitore collocatario, anche se l’immobile appartiene esclusivamente all’altro coniuge. L’unico modo per il proprietario di tutelarsi è negoziare un accordo consensuale che stabilisca tempi e modalità di rilascio, ma l’interesse dei figli resta prioritario. Se invece non ci sono figli, la questione si riduce a un problema patrimoniale: chi è proprietario esclusivo può rientrare in possesso dell’immobile, mentre in caso di comproprietà è necessario procedere alla divisione, con la possibilità che uno dei due rilevi la quota dell’altro o che si venda e si divida il ricavato.
Per evitare conflitti, la strategia più efficace resta la separazione dei beni, che impedisce che gli acquisti effettuati durante il matrimonio entrino automaticamente in comunione. Strumenti come trust e fondi patrimoniali possono offrire ulteriori tutele, ma non sempre resistono quando in gioco ci sono decisioni legate ai figli.

Vendere casa prima della separazione non è la scelta giusta: ecco perché – Formabilityacademy.it
Anche la vendita dell’immobile dopo l’assegnazione presenta insidie. Se la casa è stata assegnata all’ex coniuge e il provvedimento è stato trascritto nei registri immobiliari, l’acquirente dovrà rispettare il diritto di abitazione del beneficiario. Se invece l’assegnazione non è stata trascritta, il nuovo proprietario potrà chiedere il rilascio solo dopo nove anni. Una soluzione frequente è la vendita della quota tra coniugi, che gode anche di vantaggi fiscali quando avviene nell’ambito degli accordi di separazione o divorzio. In caso di disaccordo, però, si può arrivare alla divisione giudiziale e, se il bene non è divisibile, alla vendita all’asta.
La riforma Cartabia non ha modificato i principi fondamentali: l’assegnazione della casa non è un premio al coniuge più debole, ma uno strumento di tutela dei figli, valido solo finché non diventano economicamente autonomi. Il diritto può essere revocato se il beneficiario smette di abitare stabilmente l’immobile, inizia una convivenza che compromette il benessere dei figli o contrae un nuovo matrimonio.
In un quadro così articolato, vendere casa prima della separazione senza un accordo chiaro e condiviso non è solo imprudente: può aprire la strada a contestazioni, richieste di risarcimento e decisioni giudiziarie sfavorevoli. La trasparenza resta l’unico vero antidoto per evitare di “rischiare grosso”.








