Lavoro

Lavoro e AI, le abilità fondamentali in futuro che non ti faranno licenziare: dovrebbero conoscerle tutti

L’evoluzione tecnologica, accompagnata da normative recenti come l’AI Act europeo e il Ddl italiano sull’intelligenza artificiale,
L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro italiano(www.formabilityacademy.it)

L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il mondo del lavoro,  rivoluzionando le competenze richieste ai lavoratori.

L’evoluzione tecnologica, accompagnata da normative recenti come l’AI Act europeo e il Ddl italiano sull’intelligenza artificiale, impone una riflessione approfondita sulle abilità che consentiranno di restare competitivi e non rischiare il licenziamento in un futuro sempre più automatizzato e digitalizzato.

L’IA agisce su due livelli principali: il margine estensivo, che riguarda la nascita e la scomparsa di posti di lavoro, e il margine intensivo, che si concentra sulla trasformazione delle competenze necessarie per svolgere le professioni esistenti. Contrariamente a quanto si pensava in passato, l’IA non si limita a sostituire mansioni ripetitive, ma coinvolge soprattutto i profili ad alta qualificazione, dove agisce come un co-pilota cognitivo, potenziando capacità umane e richiedendo una nuova alleanza tra uomo e macchina.

Secondo studi recenti, in Italia sono circa 8,6 milioni i lavoratori fortemente esposti all’impatto dell’IA: si tratta perlopiù di professionisti con elevati livelli di istruzione impegnati in attività impiegatizie nei settori della comunicazione e della finanza. L’identikit del lavoratore più vulnerabile all’automazione è rappresentato da una donna laureata, impiegata in un’azienda di servizi finanziari o di informazione e comunicazione.

L’intelligenza artificiale generativa, oggi diffusissima grazie a modelli come GPT-5.2 di OpenAI, estende la capacità di automatizzare anche compiti cognitivi complessi quali la scrittura di testi, la creazione di contenuti multimediali e l’analisi dati. L’IA non distrugge solo posti di lavoro: crea anche nuove professioni, soprattutto legate allo sviluppo, manutenzione e controllo dei sistemi intelligenti. Tra queste, spiccano i ruoli di data scientist, ingegneri di machine learning e specialisti in sicurezza informatica.

Nel contesto italiano, dove si prevede una contrazione della forza lavoro di circa 1,7 milioni di unità entro il 2030 a causa dell’inverno demografico, l’adozione dell’IA può bilanciare la diminuzione dell’offerta di lavoro, contribuendo a colmare il mismatch tra domanda e offerta e a incrementare la produttività complessiva.

La rivoluzione delle competenze: hard skills e soft skills

La vera sfida per i lavoratori è imparare a collaborare con l’intelligenza artificiale, sviluppando nuove competenze tecniche (hard skills) e valorizzando quelle umane più autentiche, le cosiddette soft skills. Nel primo caso, non basta più una semplice alfabetizzazione digitale: è fondamentale acquisire familiarità con la logica algoritmica, comprendere il funzionamento di sistemi di machine learning e saper gestire strumenti di IA come chatbot e piattaforme di analisi dati.

Sul fronte delle soft skills, emerge una riscoperta del valore umano che l’IA non può replicare: pensiero critico, creatività, intelligenza emotiva e capacità di collaborazione. Il pensiero critico diventa essenziale per interpretare e valutare i risultati prodotti da algoritmi che operano su correlazioni e dati, senza un giudizio di veridicità intrinseco. La creatività, intesa come pensiero laterale e capacità di innovare, rimane un patrimonio esclusivo dell’intelligenza umana, così come l’empatia e la leadership, indispensabili per gestire le relazioni sociali e motivare i team.

Si tratta di una trasformazione profonda che assicura un ruolo insostituibile all’uomo nel nuovo ecosistema lavorativo. L’IA, infatti, può analizzare sentimenti o modelli di interazione, ma non può provare empatia né gestire conflitti con la sensibilità tipica delle persone.

L’intelligenza artificiale non è una novità degli ultimi anni. Le sue radici risalgono agli anni Quaranta, con pionieri come Alan Turing

Intelligenza artificiale: contesto storico e normativo(www.formabilityacademy.it)

L’intelligenza artificiale non è una novità degli ultimi anni. Le sue radici risalgono agli anni Quaranta, con pionieri come Alan Turing, che teorizzò macchine capaci di computazione universale, e McCulloch e Pitts, che crearono i primi modelli di reti neurali artificiali. Nel 1956, al Dartmouth College, si tenne la conferenza fondativa che diede il nome ufficiale alla disciplina e tracciò la strada per lo sviluppo di sistemi intelligenti.

Oggi, la tecnologia ha raggiunto una maturità tale da consentire applicazioni diffuse in ambito industriale, sanitario, finanziario e commerciale. L’Italia si è dotata nel 2024 di una legge nazionale sull’intelligenza artificiale, prima in Europa, che prevede una governance bilanciata tra l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) e l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), con un investimento di circa un miliardo di euro per sostenere l’innovazione e regolamentare l’uso responsabile dell’IA, compresa la prevenzione della diffusione illecita di contenuti manipolati.

Parallelamente, l’Unione Europea ha approvato l’AI Act, un regolamento che stabilisce principi, limiti e obblighi per le imprese e la pubblica amministrazione nell’adozione di sistemi di intelligenza artificiale, con particolare attenzione alla trasparenza, alla sicurezza e ai diritti fondamentali.

Questi interventi normativi rappresentano un quadro di riferimento imprescindibile per le aziende italiane che intendono integrare l’IA nei loro processi produttivi, garantendo al contempo la tutela dei lavoratori e la promozione di competenze adeguate.

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